Al cuore della democrazia

Al cuore della democrazia, Mineo

“La democrazia è in crisi”: sembra ormai una frase fatta, una banalità che di questi tempi sentiamo ripetere sempre più spesso.

Fuori dai luoghi comuni, resta vero che la forma di governo democratica, intesa come insieme di regole e pratiche sociali più o meno consolidate da oltre un secolo in buona parte degli stati mondiali (sulla carta, Freedom House contava 195 stati democratici nel 2013), sta vivendo una fase storica di cortocircuito sotto diversi aspetti.

Possiamo considerare almeno tre livelli di criticità.

  • Il primo livello può essere definito classicamente una crisi dello stato di diritto: riguarda cioè la fragilità delle regole democratiche e l'incapacità degli stati di rispettare e applicare le stesse regole che stabiliscono.

  • Il secondo livello riguarda la crisi dello stato nazionale: ossia la debolezza dei governi democratici nell’incidere sulle grandi sfide del nostro tempo: dal cambiamento climatico alla rivoluzione tecnologica, dalla finanza internazionale alla geopolitica, cresce ogni giorno l’incapacità degli stati di governare e gestire fenomeni che trascendono i loro confini.

  • Il terzo livello è rappresentato dalla crisi della partecipazione democratica. Questo fenomeno è in parte un sintomo dei primi due: in un sistema politico poco credibile (perché non rispetta le proprie regole) e poco funzionale (perché incapace di intervenire su problemi decisivi per la vita delle persone), sempre meno persone partecipano alla vita democratica del proprio paese, come dimostrano i tassi vertiginosamente calanti dell’affluenza elettorale.

Nei seminari di Milano e Napoli del mese di Marzo, con Marco Cappato e l’iniziativa “Dal dire al fare, NOI”, abbiamo messo questi temi al centro del dibattito. Quattro giornate di discussione approfondita e ascolto paziente, da cui sono maturate analisi e proposte sulla “crisi della democrazia”, che proviamo a riassumere qui, partendo dai tre punti critici appena citati.

Democrazia e stato di diritto

Nel 2009 un pamphlet intitolato La peste Italiana passava in rassegna le violazioni allo stato di diritto perpetrate in Italia dalla nascita della Repubblica ad oggi: dal sabotaggio dei referendum al bicameralismo imperfetto irrealizzato, dagli abusi di potere delle massime istituzioni alle violazioni delle direttive europee.

La tesi di fondo era chiara: se l’Europa avesse consentito a un paese membro di violare indisturbatamente il proprio diritto e quello comunitario, avrebbe presto finito per lasciarsi contagiare dalla “peste Italiana”. Sempre più paesi avrebbero quindi cominciato a violare le proprie regole democratiche senza subire alcuna sanzione concreta.

Dieci anni dopo, la previsione sembra tristemente realizzata: nel cuore dell’UE abbiamo casi  eclatanti che riguardano i paesi dell’est come Polonia e Ungheria, dove sono state realizzate riforme antidemocratiche, che violano adesempio la separazione dei poteri, aumentando il controllo del governo sulla magistratura, la stampa, e persino il mondo accademico. Il grande paradosso è che questi paesi continuano a beneficiare dei fondi europei, pur violando le libertà fondamentali dell’Unione!

Il tema della violazione delle libertà fondamentali portrebbe sembrare confinato a questi casi limite, ma, come spiega Cappato “riguarda tutti i Governi, e tocca la natura stessa dell’Unione. [...] Purtroppo, ad oggi, non solo le procedure garantiscono che gli Stati si coprano a vicenda l’un con l’altro nella violazione delle regole democratiche, ma non esiste una attività costante di monitoraggio e valutazione da parte della Commissione. Con il risultato paradossale che i Paesi che chiedono l’adesione sono monitorati in modo stretto e rigoroso, mentre per i Paesi già membri non esistono criteri, standard oggettivi, procedure, meccanismi che consentano di tenere sotto controllo in modo costante e non estemporaneo proprio i fattori che determinano la natura stessa di un Governo”.

Se il meccanismo intergovernativo dell’UE rende quasi impossibile il contrasto alle violazioni dello stato di diritto, a mobilitarsi per la certezza del diritto potranno essere solo i cittadini europei. Per questo, insieme al Movimento Federalista Europeo abbiamo promosso una ICE - “Iniziativa dei Cittadini Europei” (una sorta di legge di iniziativa popolare europeo) che propone “la creazione di un meccanismo di valutazione obiettiva imparziale che permetta di verificare l’applicazione dei principi di diritto e libertà dell’Unione europea da parte di tutti gli Stati membri”.

In attesa del vaglio di ammissibilità per questa proposta popolare, la sfida pare lanciata: attivare una mobilitazione dei cittadini su un obiettivo apparentemente burocratico e astratto, ma che in realtà ha la fondamentale e concretissima funzione di tutelarci dal rischio di un potere fuori controllo.
 

Democrazia oltre gli stati nazionali

A fronte della globalizzazione dell’economia non abbiamo avuto una parallela globalizzazione della politica. Buttandola in filosofia, verrebbe da dire che la kantiana Repubblica-Mondo è ancora ben lontana dal realizzarsi.

I governi agiscono ancora oggi in rappresentanza degli interessi degli stati nazionali, che per definizione si presentano opposti a quelli degli altri Stati.

Inoltre, in una scacchiera globale dove i regimi non democratici pesano sempre di più, il modello stesso di governo democratico rischia di deteriorarsi se non sarà potenziato da organismi e soggetti promotori di una politica transnazionale, l’unica in grado di affrontare le sfide del nostro tempo.

Per questo, la nostra aspirazione è di creare un movimento transnazionale. A paritre dal livello paneoropeo, sarà solo mobilitando comunità di stati e cittadini con diverso passaporto che potremo raggiungere obiettivi in grado di incidere sulle grandi sfide del nostro tempo.
 

Democrazia oltre le elezione

Come sottolineato da larga parte della letteratura scientifica nel campo delle scienze politiche, la democrazia elettorale sta vivendo una crisi senza precedenti su scala globale. L'affluenza degli elettori è in calo in tutto il mondo dagli anni '90. La volatilità elettorale (la tendenza degli elettori a votare per un partito diverso da quello scelto nella precedente tornata elettorale) è ampiamente aumentata, rendendo gli scenari politici più instabili. La fiducia nei governi nazionali è crollata, dal momento che i partiti di governo generalmente perdono il consenso tra gli elettori.

Dobbiamo perciò sperimentare nuove forme di partecipazione politica che possano ricostruire un patto tra cittadini e istituzioni.

Integrare le elezioni con nuove e antiche forme di democrazia, quali il sorteggio, è stato uno dei temi di discussione del seminario di Napoli, dove abbiamo ospitato un panel di Oderal, l’Organizzazione per la Democrazia Rappresentativa Aleatorea. Come ci ha spiegato il coordinatore Samuele Nannoni, è solo dibattendo in prima persona tra di loro, che i cittadini imparano l'arte del compromesso e la necessità della tolleranza, i principi fondanti del vivere democratico.

Intendiamo quindi lavorare con Oderal per portare in Italia i primi casi di Citizen Assembly, assemblee di cittadini sorteggiati, che a seconda del caso possono avere diversi livelli di decisionali, basti vedere le più disparate applicazioni a livello internazionale di questo strumento, che trovate indicato anche qui.

In un paese come il nostro che non ha ancora esperienza di questo strumento, la migliore ipotesi  potrebbe probabilmente essere quella di sperimentare inizialmente questo modello a livello locale e per organi consultivi. 

Spiegazioni più dettagliate sul modello della democrazia aleatoria che vogliamo portare avanti, si trovano qui e qui.