Al voto, al voto. Con quale legge?

Al voto, con quale legge elettorale

Mentre l’estate si preannuncia calda quanto il clima di tensione nel governo, crescono ogni giorno le voci su possibili elezioni anticipate. A questo punto, più dei retroscena sulla crisi gialloverde, c’è un altro dibattito che dovrebbe interessare i cittadini italiani: se tra qualche mese saranno chiamati alle urne, con quali regole del gioco eleggeranno i loro rappresentanti in Parlamento?

La riforma elettorale è da sempre un’annosa questione nella storia della Repubblica Italiana. I padri costituenti avevano addirittura ipotizzato di inserire il sistema elettorale nella Costituzione, per renderlo più duraturo e difficile da riformare. Si è poi optato per lasciare il Parlamento libero di definire le regole elettorali attraverso la legge ordinaria, anche per renderle più facilmente modificabili in base alle esigenze del tempo.

Resta tuttavia buona prassi che i sistemi elettorali si preservino a lungo, a garanzia della stabilità istituzionale e della conoscenza dei cittadini sui meccanismi di elezione.

È ad esempio quanto hanno messo in pratica paesi con una tradizione democratica più antica della nostra. Dal maggioritario anglo-americano al doppio turno uninominale francese, incontriamo sistemi elettorali pluridecennali che hanno garantito un modello di governo riconoscibile e hanno avuto  il tempo di sedimentarsi nella società.

Al contrario, in Italia, da cattivi maestri quali siamo, abbiamo la pessima abitudine di cambiare leggi elettorali con una frequenza anomala: dal 1994 ad oggi abbiamo votato con tre leggi diverse. Se poi guardiamo agli anni più recenti, il quadro è ancora più schizofrenico: dal 2014 al 2017 il sistema elettorale italiano è stato modificato quattro volte (tra le sentenze della Corte costituzionale e le modifiche legislative), ovvero una volta all'anno in media.

Non solo: le ultime leggi elettorali sono state approvate contro le regole internazionali. Ripetendo l’errore avvenuto già anni fa con la legge Calderoli, meglio nota come Porcellum per le evidenti “qualità” della legge (un sistema proporzionale con bonus maggioritari e liste bloccate), nella scorsa legislatura il Parlamento ha approvato l’attuale legge elettorale a soli a soli pochi mesi dal voto (tre mesi e tre settimane, per la precisione), violando le regole fissate dalla Commissione di Venezia, l’organismo di garanzia del Consiglio d'Europa  per la buona condotta in materia elettorale.

Questa commissione indica nei sei mesi prima della data del voto il termine massimo entro cui approvare una nuova legge elettorale, per evitare che i partiti di maggioranza se la cucino addosso come un vestito, definendo le regole più convenienti a seconda del vento che tira negli ultimi sondaggi.

È così accaduto che anche questa volta i partiti hanno trovato un escamotage per far votare i loro uomini di fiducia anche quando sembravano essere invotabili. Com’è stato possibile?

Il meccanismo dell'attuale legge elettorale obbliga l’elettore che vuol votare la sua lista preferita nella parte proporzionale della scheda, a votare automaticamente anche il candidato nel collegio uninominale collegato a quella lista: non c'è insomma la possibilità del voto disgiunto.  

Alcuni casi paradossali nei collegi delle ultime elezioni possono aiutare a capire meglio questa distorsione: chi a Bologna ha votato PD  nella parte proporzionale della scheda ha automaticamente contribuito ad eleggere il candidato uninominale Pierferdinando Casini. Chi a Pontida ha votato Lega, ha anche eletto Maurizio Lupi. Chi a Modena ha votato Più Europa, ha anche eletto Beatrice Lorenzin, e via discorrendo.

L’assenza della possibilità di voto disgiunto è stata oggetto di un’azione nonviolenta da parte di un gruppo di cittadini guidati dall’attivista Mario Staderini. Come illustrato sul sito libertàdivoto.it, l’iniziativa ha raccolto il supporto di numerosi elettori che hanno scelto di non votare “in quanto il sistema elettorale non garantisce un voto libero, uguale e che conti davvero, come garantito dall’articolo 48 della Costituzione, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dal Patto internazionale sui diritti civili e politici”. Centinaia di dichiarazioni del genere sono state verbalizzate e depositate ai rappresentanti di seggio durante le ultime elezioni parlamentari, facendo da base per un ricorso alla CEDU il cui esito potrebbe portare tra qualche anno all’abrogazione della legge elettorale.

Insomma, che si tratti delle violazioni agli obblighi internazionali o alla libertà di voto, i partiti ne hanno combinate di tutte in materia di legge elettorali. A farne le spese sono stati i diritti politici dei cittadini, calpestati insieme allo stato di diritto.

E ancora adesso, se elezioni anticipate saranno, si prospetta una scelta tra la padella e la brace: votare con una legge elettorale che viola la libertà di voto, o cambiare una legge elettorale a pochi mesi dal voto, ancora una volta contro le regole europee?

Niente di nuovo sotto il sole, neppure ai tempi del “cambiamento”.

E allora il tema riforma elettorale è davvero un vicolo senza uscita? Un'idea per uscire dall'empasse ci sarebbe, restituendo la parola ai cittadini. Ma su questo, vi aggiorneremo molto presto con una proposta. Stay tuned!