Facebook ha lanciato anche una cryptovaluta su piattaforma open source.

Zuckerber assicura che i dati finanziari degli utenti non saranno scambiati con Facebook (quasi) mai. https://www.reuters.com/article/us-facebook-crypto-facts-idUSKCN1TJ0U3?utm_campaign=trueAnthem%3A+Trending+Content&utm_content=5d08c327b1a3150001dd7de8&utm_medium=trueAnthem&utm_source=twitter

"Non è solo un problema di mercato. Siamo di fronte ad un cambiamento mentale della nostra società, dove gli attori protagonisti non sono le persone ma le piattaforme dove gli individui dialogano, si informano, comprano e magari un giorno voteranno. E quello che colpisce di più in questa rivoluzione digitale che farà impallidire Gutemberg, la ruota, il microchip e il motore a scoppio, è che nessuno sembra curarsi davvero di questi “datapolisti”, i monopolisti dei dati, i nostri. "

"L’Unione dovrebbe rivedere le regole del gioco e varare un Social Compact che riduca quelle disuguaglianze che il gigante blu proverrà ad eliminare nell’illusione che si possa vivere sempre nella digisfera di un social network."

Sono estratti da questa analisi che spiega quanto sia in ballo la democrazia in questa ormai incontrollabile subordinazione totale dell'uomo all'agoritmo.

E' ormai troppo tardi per capire che il problema di Facebook non è rimuovere le fake news?

 

In linea di principio chiunque dei propri dati dovrebbe poter fare ciò che vuole, ritengo che come beni da tutelare debbano essere totalmente disponibili, fatti salvi forse alcuni dati riguardanti l'esercizio di diritti politici o altri diritti di rilevanza pubblicistica, ma anche qui si tratta di adoperare il giusto bilanciamento dei beni da tutelare in eventuale e possibile conflitto.

Ciò premesso, vale però anche qui il principio del conoscere per deliberare; mi spiego.

Quanta reale consapevolezza, quanta concreta conoscenza noi abbiamo quando sottoscriviamo ed accettiamo documenti sulla nostra privacy, verbosissimi e spesso criptici, con i quali ci viene chiesto di poter disporre a piacimento dei nostri dati?

Ritengo sia questo il punto chiave. La stragrande maggioranza di tutti noi spesso salta a piè pari la lettura di queste informazioni proprio perchè complesse e lunghissime, oltre che spesso incomprensibili per i più, a meno di essere affiancati da un legale esperto nella materia.

E ciò accade anche e nonostante il recente GDPR che prova a far luce negli oscuri corridoi che sono le informative sulla privacy, richiedendo semplicità e chiarezza.

In realtà il GDPR entrato in vigore a maggio dello scorso anno è già vecchio. E qui si potrebbe aprire un'altra finestra di approfondimento su quanto sia possibile per la normativa stare al passo con la rivoluzione digitale che stiamo vivendo.

Quello paventato da Simona non è un rischio, ma la realtà già attuale, quella che stiamo vivendo, ed è bene che noi se ne abbia consapevolezza proprio per approntare le iniziative politiche necessarie per preservare i nostri diritti fondamentali e tutelare la stessa democrazia.

Le strade, in effetti, sono due: o ci si affida alla buona fede e correttezza dei datapolisti nella gestione dei nostri dati oppure no, puntando alla ideazione di strumenti (anche tecnologici), di controllo da parte dei cittadini, siano o no essi Utenti di internet; lo stesso discorso vale, infatti, anche quando sottoscriviamo i verbosissimi contratti seriali con le loro clausole vessatorie spesso piccine piccine e incomprensibili in fondo al documento.

Il Grande Fratello di Orwell esiste già, 1984 non è solo fantascienza, ma la realtà vera che si presenterebbe se un giorno le azioni di maggioranza di qualche datapolista fossero controllate da un regime anti-democratico.

L'alternativa che ci si pone è dunque la stessa del film Matrix:

Pillola azzurra, fine della storia: domani ti sveglierai in camera tua, e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quant'è profonda la tana del bianconiglio. Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo.

Wake up Eumans ! ;-)

matrix

Forse però la pillola azzurra sarebbe più utile per il 99% degli utenti, da un certo punto di vista "ignoranti", nel senso che ignorano il funzionamento del sistema. L'effetto che si avrebbe altrimenti con la pillola rossa sarebbe quello di una moltitudine di utenti che decidono di mettersi "il cappello di alluminio" perché convinti che google gli stia spiando. Non è proprio così e il GDPR in questo ambito ha già regolamentato un pò di cose.

Google o qualsiasi servizio di provider registra alcuni dati che possono essere utili al miglioramento del servizio offerto, non per ricavarci un guadagno (ad esempio rivendendo questi dati a terzi) ma per offrire un servizio che crei maggior valore verso gli utenti. D'altronde, allo stesso modo in cui una azienda deve giustificare il motivo per cui conserva quei dati, allo stesso modo si può tracciare l'operatore che impropriamente vorrebbe accedere a questi dati.

Non c'è niente di segreto. Se volete vedere cosa sà google di voi basta andare sul tab impostazioni del vostro browser, se volete potete già cancellare i vostri dati oppure gestire quali siti hanno accesso a cosa. Insomma la situazione non è così terribile come qualcuno cerca di farla passare.

Il mio dubbio nasce solo sulla "visibilità e comprensione" di questi sistemi di automazione. Probabilmente all'utente medio non interessa sapere se google lo sta tracciando per controllare se il servizio è abbastanza veloce, anzi, se aumentasse la percezione di questo sistema potrebbe avere un effetto opposto (paura delle reti).

Giustissimo regolamentare, fondamentale in questo senso il GDPR che, ad esempio, impone delle giustificazioni valide per la registrazione dei dati (ad esempio, per registrare la carta di credito, non è sufficiente dire che servirà per acquisti futuri, il rischio non è commisurato al valore aggiunto. Invece se faccio una transazione internazionale sui mercati finanziari, forse si).

Insomma, non si tratta di dire, beata ignoranza, ma di capire quale è l'equilibrio più giusto per imparare a fidarci delle nostre reti ed essere sicuri che si basino su valori liberali con una attenzione particolare ai diritti sociali, senza però spaventare nessuno.

Sono contento che stiamo facendo questa discussione, decisamente positiva, almeno dal mio punto di vista :)

Hai ragione Rob. La GDPR è nata già vecchia. Ha avuto il merito di imporre il principio della responsabilità (dei gestori) e di introdurre il piano dei diritti (degli utenti) ma quei diritti non sono pienamente esigibili e quelle responsabilità si limitano ad obblighi di natura burocratica. Infatti le violazioni note sono poche e, a parte l'onerosa assistenza legale imposta alle aziende, il business delle grandi piattaforme - i datapolisti - non è minimamente stato reindirizzato. E questo è ovvio, tenuto conto che il business di quelle piattaforme si basa proprio sulla profilazione automatizzata delle persone.

Anche se grazie alla GDPR le privacy policy ora sono scritte in maniera più comprensibile, restano NON CONOSCIBILI le implicazioni delle informazioni fornite.

Ad esempio, nella nostra Privacy Policy sono indicate correttamente le piattaforme terze con cui condividiamo i nostri dati. Ebbene, nulla mi spiega quali ne siano le implicazioni. Le implicazioni infatti sono NON CONOSCIBILI perché NON CONOSCIBILI sono gli algoritmi che registrano e rielaborano quei dati, l'integrazione di quei dati con gli altri dati (è ovvio che Google ha di ciascuno di noi una sterminata mole di informazioni, tra cui i nostri spostamenti puntuali, le nostre ricerche anche di query su malattie e altri ambiti sensibili...).

Ovviamente quindi il problema non è facebook in sé o il google in sé. Anche perché non è mica solo quello. La gente per dire impazzisce per la casa intelligente o la mobilità in shraing - un abominio in termini di protezione di dati.

Ma anche se non prendessimo il bikesharing e non ci facessimo il frigorifero "intelligente" basterebbe andare in una grande stazione per venire spiati dai cartelloni "intelligenti" che leggono lo smartphone quando ci passi davanti, e video-registrano le tue reazioni. Quei dati facciali, uniti alla localizzazione temporalizzata, unito alla NON AUTORIZZAZIONE all'uso di quei dati, rende la GDPR uno strumento normativo forse necessario ma certo non sufficiente - per usare un eufemismo. Quindi il problema che poni tu è centrale. Non basta nemmeno dire: servono le regole. Quali regole?