Educare al Pensiero critico

Pensiero critico, Massarenti

Parlando di politica industriale (che è sicuramente mancata nel nostro paese) penso che questa sia da collegare strettamente con altri due elementi cioè la politica della scienza (che in questo paese è stata molto carente) e la politica della cultura cioè il rapporto tra politica e cultura.
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Perché sono arrivato a ragionare sul pensiero critico? Qualche anno fa (2012) avevo lanciato un Manifesto per la cultura dove si diceva che la nostra crisi, che non è solo crisi economica, ma è una crisi della mancata attenzione alla cultura (proprio in un paese come l'Italia); si è assistito ad un proliferare ed un accrescersi di una forma di anti-intellettualismo (che peraltro ancora oggi è molto molto presente) e non si è dato abbastanza attenzione al fatto che l'Italia può crescere economicamente anche in maniera molto forte grazie alla cultura e in questa ottica si dovrebbe lavorare a delle politiche di lungo periodo.

Questo vale ovviamente anche per la politica industriale, così come per la politica della scienza e per la politica della cultura solo che quest’ultima è mancata particolarmente; lo si nota da alcuni dati raccapriccianti che indicano quanto ormai sia diventata una vera emergenza, in tutti i suoi aspetti a partire dai mancati finanziamenti nel patrimonio dei beni culturali al mancato finanziamento della ricerca fino al mancato finanziamento dell'università.

Non dobbiamo guardare solo al PIL che non cresce, o cresce troppo poco, ma dobbiamo guardare al fatto che questo è un paese che mano a mano che siamo andati avanti negli anni ha prodotto una strana forma di analfabetismo, (perché si chiama così tecnicamente) che è l’analfabetismo funzionale.
I dati che riguardano questo in Italia sono veramente allarmanti; siamo al di sopra di tutti i paesi industrializzati e con un distacco molto forte rispetto agli altri. Lo ha denunciato in maniera chiarissima anche il governatore della Banca d'Italia qualche anno fa in un libro sul capitale umano.

Cosa vuol dire analfabetismo funzionale? Certamente non ci riferiamo all'analfabetismo del dopo guerra che era una emergenza molto forte di allora. Ci riferiamo invece a coloro che non riescono a comprendere un testo nel suo significato, anche in caso questo fosse molto semplice, come ad esempio le istruzioni per montare la catena della bicicletta. Si capisce quindi che c’è un problema linguistico.

Sono dati che suonano incredibili, si parla del 40-50% della popolazione, di tutte le fasce d’età, anche neolaureati di appena 25-30 anni. La politica si è sempre professata a favore di questa lotta per la cultura, tranne poi accorgersi, al momento delle elezioni, che è più comodo avere un popolo ignorante. Se guardiamo alla proposta politica degli ultimi anni ci rendiamo conto che tutti, a parole, riconoscono l’emergenza della crisi culturale ma sono essi stessi che poi se ne guardano bene dal parlarne durante le campagne elettorali.

A proposito di modelli economici, io non sono un economista però ho frequentato per molto tempo un economista (che anche un filosofo) importante Amarzi Hessin. Lui ha proposto un modello che include molto bene questo aspetto della cultura, includendo anche il pensiero critico. Per lui gli agenti economici non sono dei veri agenti razionali che agiscono per la massimizzazione dell'utilità, ma devono essere dei consumatori critici che decidono, che scelgono uno stile di vita. Lui insiste molto, in maniera quasi aristotelica, nel suo modo di esporre questa cosa: lui dice che siamo animali politici. Nel senso che decidiamo qual è il nostro stile di vita e quindi il nostro stile di consumi rispecchierà questo stile di vita che abbiamo scelto e la cosa auspicabile è che questo stile di vita sia improntato ad un pensiero critico. Siamo perfettamente consapevoli di che cosa consumiamo, di che come ci informiamo, di quali sono le competenze attraverso le quali ci formiamo.

La mia proposta, quando dovevo riassumere in termini pratici tutte l’enorme dibattito che si era generato dopo questo manifesto, che si intitola “Niente cultura, niente sviluppo”, era che per l'Italia era molto importante mettere mano a una riforma, o una proposta, che riuscisse a correggere questo dato di fondo (dell' analfabetismo funzionale). Soprattutto che si insegnasse, attraverso uno strumento chiaro, (una vera disciplina), il pensiero critico.

Nei paesi anglo americani si chiama Critical Thinking, ed è una specie di kit di strumenti del pensiero che include teoria dell'argomentazione, una parte della logica, ma anche, nelle sviluppi più recenti, una capacità di tenere conto di ciò che le scienze cognitive ci hanno spiegato nell’individuare le fake news, per esempio, o nell'individuare i falsi ragionamenti.
Tutto questo è riassunto in un libretto che si chiamava, un po' polemicamente “La buona logica”, perché eravamo nel pieno della “buona scuola”.

La proposta politica che avevo fatto in quel momento e che ritengo ancora molto attuale, era che tutto ciò poteva e doveva essere reso materia scolastica obbligatoria legandolo a una materia, che in realtà non è obbligatoria in questo momento, che è Cittadinanza e Costituzione, cioè insegnare i principi della cittadinanza direttamente a scuola dimostrando che è quello il nucleo più importante per la formazione di un buon cittadino che diventerà consumatore critico (colui che è consapevole dei propri stili di vita e li può cambiare consapevolmente).

Pensiero critico e cittadinanza devono essere strettamente legati non in maniera puramente retorica ma attraverso degli strumenti chiari; alcuni rudimenti di educazione finanziaria, ad esempio, oppure degli elementi di pensiero probabilistico. Noi commettiamo nella nostra vita quotidiana una serie di errori codificati e oramai ben studiati da diversi psicologi che hanno vinto anche premi nobel per questo. Tutte queste cose sono alla base della formazione del buon cittadino. Prima parlavo di politica della scienza, il nostro non è un Paese molto amico della scienza, lo sappiamo bene, spesso anche le politiche industriali sono state volutamente antiscientifiche, e ora ne paghiamo le conseguenze. Nei primi anni Sessanta eravamo bravissimi, per esempio l'Olivetti aveva già un un dipartimento di elettronica. Ha costruito il primo personal computer, la perottina, e per una decisione di chi è venuto dopo è stato chiuso anche se noi eravamo bravissimi e ci copiavano anche gli americani. Invece abbiamo azzoppato completamente questo settore.

Quindi è mancata una politica industriale, così come è mancata una politica della scienza, ma soprattutto è mancata una idea innovativa del collegamento politica-cultura. E’ importante trovare delle idee innovative per non sederci sugli allori dei fasti antichi per cui già eravamo presi in giro secoli fa. Oggi forse ce lo meritiamo un po' di più, anche se alcune cose non sono cambiate. Questa mancanza ha fatto sì che tutte queste cose siano cresciute nel mondo mentre in italia si pensava ad un paese che non doveva fare queste cose di punta ma doveva fare delle cose che risultassero minoritarie, limitandosi alla produzione di ciò che veniva pensato altrove.

Nel settantadue c'era un fisico importante che diceva che l'Italia era un paese in via di sottosviluppo. Queste scelte politiche vengono da molto lontano. Penso che veramente questo fenomeno può essere corretto con delle scelte che guardano lontano, cioè dobbiamo ripensare veramente alla scuola, fin dai primi anni, e pensare è lì che va introdotta la capacità dei ragazzi di porre delle domande, esprimere interessi, avere il coraggio anche di farle certe domande. Perché molto spesso nella scuola c’è un percorso naturale dove la capacità di fare domande che hanno i bambini si va spegnendo nel corso degli anni.

Il pensiero critico invece è la capacità di fare sempre queste domande, sia durante il percorso scolastico ma anche dopo, in una educazione permanente. I tipi di lavori che ci saranno nel futuro (a proposito lavorare fino a settanta ottanta novant'anni) riguarderanno la capacità di rinnovarsi continuamente. Il tipo di competenza di cui parlo riguarda questo: il creare dei cittadini capaci di rinnovarsi completamente ogni volta che è necessario.
Anche liberalismo forse può assumere un volto più umano se lo re-interpretiamo così.

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