I futuri comuni. Appunti su Roma a partire dai rifiuti

Ripuliamo Roma, Sapienza

Ringrazio Marco, Virginia, Simona e tutte le persone che hanno convocato prima a Milano e poi a Napoli questa importante occasione di dialogo.

"La città" è di tutta evidenza uno dei temi chiave della moderna analisi politica e sociale e lo è anche per tutti i federalisti e i federalisti europei dall'epoca di Altiero Spinelli. Ragionare dunque di città, e di grandi città, ci aiuta a parlare delle urgenze principali di questo tempo e dell'approccio che una nuova politica dovrebbe riuscire a mettere in campo.

Le città devono proporsi come promotrici di un processo di “ricucitura” di una società italiana incattivita, rancorosa e sfiduciata, così come descritta nell’ultimo rapporto del Censis. Una ricucitura che può partire solo dal governo più prossimo alla vita quotidiana, dove sono più evidenti le distanze tra centro e periferie e dove è enorme la disparità, oltre che di reddito, anche di accesso a conoscenza e partecipazione.

Roma è un banco di prova per il governo di realtà complesse, in un paese che vive in una continua simulazione di emergenze e promesse, illusioni, disillusioni e rabbia.

Oltre alla profonda inadeguatezza di chi amministra, a Roma è anche evidente l’assenza di un’opposizione. Quella attuale, divenuta opposizione anche nel Paese, non riesce a svolgere alcun ruolo di rilievo, e quindi nemmeno a riconquistare le parti sociali che evidentemente ha perduto. Cresce l’idea che al fallimento della giunta 5 stelle seguirà il successo di una destra salviniana come ultima dimostrazione di un distacco popolare dall’intera classe dirigente democratica, che in questa città non riesce a ritrovare alcuna empatia con i cittadini, al di fuori dai primi due municipi del centro.

Se è vero che questa città, dopo la sindacatura di Virginia Raggi, non avrà certamente bisogno di un governo della destra populista, è altrettanto vero che un “fronte comune contro i barbari” risulta altrettanto inutile, perché la vecchia classe dirigente non può vivere nell’illusione di sopravvivere ai propri epocali fallimenti semplicemente additando i fallimenti, o le contraddizioni, o le mancanze, di chi è venuto dopo. Io non credo che la sinistra abbia perso il consenso in questa città per un problema di comunicazione o perché non sia stata compresa. Io credo che sia stata capita benissimo e per questo abbia perso.

L’unica cosa di cui Roma ha davvero bisogno, è un intervento chirurgico al suo apparato neuronale: in questi casi, si sa, ci si affida a uno staff medico che gode di fiducia, idee chiare, professionalità ed esperienza. Ci sono tre milioni di romani che attendono dalla politica una proposta di intervento chiara, seria, coraggiosa, capace non di promesse, né di continui accordi a esclusiva di categorie, lobby e clientele, ma di soluzioni tangibili e reali: finché qualcuno non si farà carico di questo ambizioso progetto, il declino della capitale non avrà fine.

Questa città ha un disperato bisogno di un dibattito vero fuori dallo scontro partitico, di un luogo nel quale riflettere sulle soluzioni. Per capire che le soluzioni ci sarebbero, ma nessuno ha il coraggio di discuterle, basti considerare, ad esempio, il nodo che grava, assieme a quello della mobilità, sul quotidiano di ogni cittadino: i rifiuti.

La campagna Ripuliamo Roma
Il dramma della monnezza è diventato motivo di “fama” internazionale per questa città. La politica, per paura del consenso e incapacità, ha ridotto Roma a una grande discarica. Noi Radicali abbiamo un piano per Ama e per la Città e su questo stiamo lanciando in queste settimane la campagna “Ripuliamo Roma” aperta a tutti le forze politiche e civili di Roma. (info su ripuliamoroma.it)

In questi mesi abbiamo assistito a rimpalli continui tra Comune e Regione e tra maggioranza e opposizione. Ma in pochi hanno avuto il coraggio di dire una prima verità: dalla chiusura di Malagrotta, l’intero ciclo dei rifiuti è rallentato perché Roma non ha una discarica di servizio. Roma paga altre città semplicemente per fare quello che non ha il coraggio di fare. Ma tra l’utilizzo della discarica unica gestita da Cerroni e la situazione attuale in cui la capitale dipende da altre città pagando un prezzo altissimo, c’è un mare di soluzioni: tanto per cominciare l’utilizzo di quella tecnologia che altri oggi adoperano facendola pagare a caro prezzo. Il punto focale, di fronte a soluzioni che esistono ma determinano delle scelte impopolari, è la credibilità dell’amministrazione di andare in una zona di Roma e spiegare agli abitanti che impianti adatti a chiudere il ciclo dei rifiuti a Roma, oggi possono funzionare in sicurezza, e isolati dal resto.

Spiegare il piano ai cittadini, renderli partecipi, incentivarli, ricompensarli per questo processo di cambiamento e – come ultima ipotesi – farli comunque, perché sono indispensabili. Invece, l’interazione tra chi sa quello che deve fare e chi si affida convinto da un progetto e da una visione globale non avviene, perché chi dovrebbe sapere cosa serve alla città in realtà brancola nel buio, e questo i cittadini lo percepiscono. Ma soprattutto, un’operazione di questo tipo richiede un requisito fondamentale: l’autorevolezza. Ecco allora che il tema rifiuti chiama in causa qualcosa di più profondo, forse centrale a Roma e non solo. A furia di gridare addosso alla politica e alle istituzioni, i cittadini non danno più credibilità ai loro rappresentanti se invece di contestare devono governare. Chi può avere la forza di convincere un quartiere che un impianto o discarica residuale di servizio è utile e non sarà il solito “danno” e che le promesse saranno mantenute?

Nel frattempo, non si aumenta la raccolta differenziata. Esperimenti in stato avanzato in tante altre città (come il vuoto a rendere) non sono neppure presi in considerazione, e ormai non serve arrivare ad Amsterdam per scoprire innovazioni tecnologiche come l’interramento dei cassonetti. Ma l’unica cosa che riusciamo a “riciclare” a Roma invece sono gli impianti che fanno altro rispetto a ciò per cui sono nati. Basti vedere il Tmb salario ridotto a un sito di stoccaggio anziché impiegato per trattare meccanicamente e biologicamente i rifiuti che, saturo e tenuto male, ha preso fuoco poche settimane fa. Una giunta che non ha paura del consenso, dovrebbe adoperarsi perché Roma, e attraverso il contratto di servizio Ama, si doti di impianti di proprietà a servizio sia della raccolta differenziata che dell’indifferenziata, per chiudere il ciclo dei rifiuti nel rispetto del principio di prossimità e di autosufficienza.

Questa è l’impostazione del piano che proporremo al dibattito della città a partire dalla primavera, attraverso la raccolta firme per una delibera popolare. Un vero e proprio piano industriale per Ama. Forse così, entrando nel pienamente nel merito riusciremo a provocare quel dibattito che manca.

E’ certamente un primo passo. Per “ribaltare Roma” e un futuro che sembra già scritto, serve con urgenza un percorso di ascolto, approfondimento e aggregazione intorno certamente ad un idea di identità che deve essere riscritta perché si è perduta, ma anche la capacità di proporre riforme puntuali sui principali temi nevralgici della città: dai rifiuti, alla mobilità, al problema della casa e dell’emergenza abitativa, allo sviluppo economico, alla povertà urbana fino all’accoglienza e all’inclusione degli stranieri. Un progetto che non viva con timore il rapporto con i cittadini messi a dura prova dalla crisi e dalla paura del futuro, ma che al contrario si fondi sull’allargamento dei diritti politici di partecipazione democratica.