Per il metodo Cappato

Il metodo Cappato, Bonfante

La prendo larga. Avrei voluto Marco Cappato Sindaco di Milano. Con lui il governo della città più europea d’Italia sarebbe stata tutta un’altra storia - radicalmente “altra”, come è la politica che Cappato fa con gli strumenti dell’esperienza radicale e l’ispirazione pannelliana. Tra questi l’Associazione Luca Coscioni.

Cappato non è un programma, né un pacchetto di temi. E’ un metodo. Il metodo nonviolento e transpartito. Transpartito vuol dire che si pone come ontologicamente non di parte. Non si prefigge di associare identità politicamente compatibili per convergere conseguentemente su degli obiettivi, ma di individuare gli obiettivi e mobilitare l’azione democratica per conseguirli. Il metodo, non l’identità partitica, prefigura l’obiettivo.

L’obiettivo Testamento Biologico non è stato conseguito su iniziativa del Parlamento, sebbene fosse del Parlamento il compito di legiferare. Non è stato centrato - ahinoi - nemmeno con la proposta di iniziativa popolare sottoscritta da decine di migliaia di cittadini - destinatari delle leggi ed essi stessi legislatori, come Costituzione prescrive. La legge sulle DAT è stata licenziata dal Parlamento per la pressione dell’opinione pubblica attivata dalla disobbedienza civile di Cappato nel caso DJ Fabo. Il corpo del malato Fabiano Antoniani si è fatto cuore della politica, e il cuore della politica ha emesso il battito vitale che ha reso ciascuno di noi un po’ più libero di autodeterminare la propria vita, quanto meno alla fine. Questa legge, a me, ha dato concreto, profondo sollievo.

Avrei voluto Cappato segretario di +Europa. Il metodo Coscioni avrebbe fatto la differenza anche lì. Forse non avrebbe raggiunto il 4%. Forse non si sarebbe neppure presentato, il brand +Europa, alle prossime elezioni europee. Credo che Cappato avrebbe reso lo strumento partitico un metodo di iniziativa politica - una prospettiva diversa rispetto alla necessità di parte di coltivare il valore elettorale dell’identità. Credo sarebbe stato il metodo vincente.

La sfida tra sovranisti ed anti-sovranisti appare sempre più come un derby tra parti riducibili l’una all’altra - qualunque cosa immonda facciano ora questi c’è sempre un precedente che rimanda alla speculare cosa immonda fatta nel passato da quegli altri. E questi altri dai propri errori non traggono insegnamento. La legge elettorale che esclude dalla partecipazione le liste non rappresentate in Parlamento l’hanno fatta quelli di prima, non questi di ora.

In questi giorni il movimento Volt Italia - nato su Facebook, come dire: anche se noi non ci occupiamo di democrazia, è la democrazia che si occupa di noi - ha avviato la raccolta firme per presentarsi - loro, lista non rappresentata - alle elezioni del prossimo Parlamento europeo. Devono raccoglierne 150.000, equamente ripartite tra le regioni di Italia. Impresa, come noto, temeraria. E’ la battaglia per il diritto di partecipazione democratica che +Europa ha rinunciato a combattere nel momento esatto in cui non ne ha avuto più bisogno per sé. Così fan tutti!

L’ho presa larga perché la ragione specifica per cui ho deciso di aderire all’invito di Marco Cappato a mobilitarmi, prendere l’iniziativa è la certezza che l’obiettivo fondamentale, oggi, sia la democrazia - che ha perso di senso a furia di mortificarne le regole. Credo che l’unico modo per darle respiro sia praticarla. Non c’è alternativa all’autoritarismo liberticida se non la pratica democratica e il metodo nonviolento.

Io ormai detesto andare agli eventi politici, sono tutti solo location di tendenza e comunicazione. Detesto i social, le card, gli hashtag. Detesto i gruppetti partitici e associativi che impongono di stare insieme, come una famiglia o una chiesa, ma dimenticano il motivo di quello stare insieme - e ignorano come in politica si possa invece anche non stare insieme, non starlo sempre, non su tutto.

Per questo amo le possibilità del digitale di partecipare senza necessariamente esserci. Esserci ma non sempre, e non per forza su tutto. Partecipo a questa iniziativa che si chiama come una canzone di Sanremo - Tra il dire e fare, Noi - perché sento la responsabilità personale di non starmene ferma mentre la democrazia in Europa implode a furor di Facebook.

La democrazia si apprezza quando viene meno o quando fa miracoli. I referendum sul divorzio e l’aborto, le battaglie giuridiche di Beppino Englaro, Piero Welby, Dj Fabo - questi miracoli si possono fare solo in uno stato di diritto, solo per via democratica, solo con metodo nonviolento. La democrazia è una responsabilità individuale non interamente delegabile. Non credo che ci si possa sollevare dal dovere di occuparsene e di farlo nell’unico modo possibile, praticandola. Partecipo alla mobilitazione di Cappato per questo.

@kuliscioff