Nuove rotte politiche. Per una società capace di eco-svilupparsi

Nuove rotte politiche

Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare.

Lucio Anneo Seneca

Il secolo ventuno si è configurato, sin dal suo primo decennio, come il secolo delle crisi. Infatti, non solo la Grande Recessione del 2008 ha mostrato tutta la fragilità strutturale del mercato finanziario globale, ma eventi di portata più profonda minacciano gli equilibri geopolitici mondiali e la vita delle persone nonché la qualità della stessa. Cambiamento climatico, polveri sottili, acidificazione degli oceani, rifiuti plastici, deforestazione, depauperamento dei suoli, iper-concentrazione di mercurio negli alimenti, desertificazione, perdita di biodiversità e alterazione dei più importanti cicli biogeochimici sono solo alcuni degli aspetti più preoccupanti per il futuro e la prosperità delle società umane su questo pianeta.

Il premio nobel per la chimica Paul Crutzen nel 2000, riprendendo un neologismo dell’ecologo Eugene F. Stoermer, propose di chiamare l’attuale epoca geologica “Antropocene”, o Età dell’Umano, onde indicare una totale alterazione della biosfera da parte della specie Sapiens, in particolar modo a seguito del primo boom industriale. Oggi con questo vocabolo, non ancora accettato ufficialmente dalla comunità scientifica, si tende a riassumere quell’insieme di criticità ecologiche che stanno mettendo pericolosamente a rischio le fondamenta stesse della civiltà industriale e globale così come la conosciamo.

Tuttavia, se guardiamo all’etimo greco del termine “Antropocene”, ovvero anthropos – umano e kainos – nuovo, esso ci suggerisce l’unica via percorribile: un  nuovo modo d’essere umani, un nuovo modo di fare economia, abitare, vivere e pensare su Gaia.

È, però, davvero possibile cambiare rotta per uscire dalle burrascose tempeste dell’Antropocene incolumi? Vi è, oltre la coltre di nebbie e incertezze a cui il presente ci ha inquietantemente abituato, la concreta possibilità di un approdo più sicuro? Anche se i rapporti sul clima dell’IPCC di Ginevra - Intergovernmental Panel on Climate Change – non lasciano dubbi circa il fatto che molti danni siano irreparabili, allo stato dell’arte molto può essere fatto per un presente e un futuro sicuramente differente ma auspicabilmente più prospero.

Il trionfo dell’Onda Verde alle elezioni europee del 2019 è il sintomo indiscutibile che fare politica al di là dell’ecologia non sia solo scientificamente privo di lungimiranza, ma persino manchevole nell’intercettare il consenso di una popolazione sempre più consapevolmente preoccupata. Tuttavia,  tale fenomeno non può essere letto in maniera isolata. Bensì, esso deve essere connesso ai vari movimenti di protesta transnazionali che hanno attraversato il globo nell’ultimo anno: dal Climate Strike della giovanissima svedese Greta Thunberg alla più radicale dissidenza di Extinction Rebellion il mondo sta puntando il dito alla fragilità degli accordi sul clima di Parigi del 2015 in quanto simbolo di totale inedia politica.

Ciò a cui il mondo sta assistendo è un urto tellurico che vede da un lato le istanze ambientaliste e dell’altro fenomeni quali il trumpismo negli USA, la confusa Brexit nel Regno Unito e i vari sovranismi nell’Europa continentale. Per dare ragione a questa complessità fenomenologica si potrebbe riassumere il tutto con le seguenti quattro parole: mancanza di governance responsabili.

Se c’è un’evidenza incontestabile nella crisi economico, ecologica e umanitaria  – non si dimentichi le ragioni profonde del dramma dei migranti – del tempo presente è la cupa assenza di risposte politiche serie e lungimiranti di fronte alla pluralità della crisi contemporanea. Che sia essa il fallimento del sistema democratico? Che, invece, sia Homo sapiens una specie meno plastica di quanto siamo soliti pensare? Oppure si tratta, più ottimisticamente, di trovare il coraggio per nuove rotte possibili per una società capace di eco-svilupparsi senza compromettere la vita degli individui e la salute degli ecosistemi?

L’effetto Lehman Brothers aveva aperto uno spiraglio di possibilità per ripensare, dopo anni di cieco business as usual, al sistema industriale, economico e sociale. Tuttavia questa grande opportunità non è stata colta dalla politica dell’epoca e, a distanza di undici anni, oggi l’urgenza di un cambiamento ragionato è palpabile come non l’era mai stata.