regole internazionali per la tassazione delle grandi imprese.

Riporto di seguito questo documento di lavoro preparato da alcuni amici economisti. Mi auguro che il tema possa suscitare interesse e dibattito, anche in vista di una possibile iniziativa politica.
Marco Cappato

 

Documento di lavoro per la presentazione di una Iniziativa dei Cittadini Europei sull’ottimizzazione fiscale delle grandi imprese

 

  1. Quadro Generale.

Mentre i populismi montano, in stretta connessione con il crescere del sentimento di impotenza di fronte alle complessità della globalizzazione, le grandi imprese sono diventate sempre più abili a sfruttare le contraddizioni dei sistemi fiscali nazionali ed a spostare le proprie attività ed i propri profitti in modo da ridurre il proprio imponibile.

Queste pratiche costano, secondo l’OCSE, tra i 100 e i 240 miliardi di dollari l’anno di gettito fiscale, ossia tra il 4 ed il 10 per cento delle entrate derivanti dalle tasse imposte alle imprese a livello globale.

A livello internazionale, varie iniziative sono state prese per affrontare questa questione, ma i risultati ottenuti sono per il momento ancora molto limitati. In particolare, alcuni Paesi sono stati capaci di sfruttare il sistema attuale - imponendo una tassazione alle imprese molto bassa o addirittura nulla e attirando, cosi, capitali ed investimenti - e si oppongono ad ogni ipotesi di riforma sostanziale. In particolare, in Paesi di piccole dimensioni, la diminuzione del gettito fiscale derivante dalla riduzione del livello di tassazione delle imprese è più che controbilanciata dall’aumento delle entrate provenienti dai trasferimenti ottenuti. I Paesi di più grande dimensione, invece, non possono giocare questo gioco e si trovano a dover fronteggiare perdite di gettito fiscale imponenti (pari, secondo un recente studio, al 19% delle entrate derivanti dalle tasse alle imprese in Italia, al 24% in Francia ed al 29%  in Germania. Vedi: https://missingprofits.world/). Le attività di lobby delle grandi imprese sono sicuramente molto forti e spiegano, almeno in parte, la resistenza ad ipotesi di riforma.

 

2. Iniziative internazionali

Su mandato del G20, l’OCSE ha portato avanti un lavoro su ampia scala sui BEPS (Base Erosion and Profit Shifting) che ha portato alla collaborazione con 135 Paesi intorno all’implementazione di 15 azioni che dovrebbero limitare l’evasione fiscale delle grandi imprese e migliorare la coerenza del sistema fiscale internazionale. Quattro delle 15 azioni (Pratiche Fiscali Dannose, Prevenzione di Trattati Fiscali Abusivi, Obbligo di Dichiarazioni per ogni singolo Paese, Procedure di Risoluzione dei Conflitti di Mutuo Accordo) rappresentano uno standard minimo per la partecipazione al BEPS e sono sottoposte ad un controllo periodico degli Stati partecipanti in quanto a tempi e modi di implementazione. Altre azioni pongono delle sfide agli Stati partecipanti e sono volte a raccogliere consenso su base volontaria (vedi www.oecd.org/tax/beps/beps-actions/).

Anche la Commissione Europea (CE) è stata molto attiva. Già nel 2011, la CE ha presentato una proposta di direttiva relativa alla creazione di una base imponibile consolidata comune (CCCTB-Common Consolidated Corporate Tax Base) per l’imposta sulle imprese, che prevedeva un regime facoltativo di regole comuni per calcolare la base imponibile delle società fiscalmente residenti nell’Unione e delle succursali di Paesi terzi ubicate nell’UE. In seguito allo stallo della proposta, nel 2015, la Commissione ha presentato due proposte di direttiva, ciascuna rappresentante una fase di riforma unica, rappresentata questa volta da un elemento di obbligatorietà. La prima tappa è quella rappresentata dalla costituzione di una CCTB (Common Corporate Tax Base), che introduce norme per il calcolo di una base imponibile comune per l’imposta sulle società (obbligatoria per le imprese con più di 750 milioni di euro di fatturato). La seconda tappa prevede la creazione della CCCTB, ossia il consolidamento delle basi imponibili delle società parte di un gruppo, nel senso che le basi imponibili di tutti i membri si consolidano in una sola base imponibile. Questo ha portato, poi, all’approvazione nel Giugno 2016 della Direttiva (EU) 2016/1164 che ha permesso di stabilire alcune regole fondamentali che garantiscono un livello minimo di protezione contro pratiche di “ottimizzazione fiscale aggressiva” (Controlled Foreign Company Rule, Switchover Rue, Exit Taxation, Interest Limitation, General Anti-Abuse Rule).

Il lavoro da fare resta, pero’, ancora immenso. In particolare, le sfide derivanti dalla digitalizzazione dell’economia sono ampie e ancora tutte da risolvere. L’OCSE ha lanciato una vasta iniziativa che ha come obiettivo quello di individuare una soluzione consensuale per la fine del 2020. Tale iniziativa è basata su due pilastri:

Pilastro 1. Regola della ri-allocazione del profitto, che esplora le soluzioni potenziali per determinare il Paese in cui la tassa deve essere pagata e su quale base (nexus rule);

Pilastro 2. Meccanismo Globale contro l’erosione del profitto, che considera la possibilità di istituire un sistema in cui le imprese multinazionali (digitali o no) siano sottoposte ad un livello di tassazione minimo.

 

2. ICE proposta

 La promozione di un ICE su questi temi permetterebbe di promuovere una consapevolezza più ampia di problemi che, per la loro complessità, sono di competenza ancora di poche persone, ma la cui risoluzione è di importanza fondamentale per la sostenibilità del sistema sociale europeo. In particolare, la definizione del principio in base al quale il profitto deve essere tassato nel Paese in cui il cliente o l’utente è situato appare di primaria importanza.

Si propone, dunque, di avviare un processo di consultazione volto ad individuare i termini per la presentazione di un ICE, incentrata sul riconoscimento di un sistema che garantisca che, nel territorio dell’Unione, il profitto venga tassato nel Paese in cui il cliente o l’utente è situato.

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https://www.lavoce.info/archives/63196/sulla-web-tax-una-partita-a-scacchi-tra-ue-usa-e-ocse/

 

Sulla web tax scende in campo l’Ocse. La sua proposta permetterebbe di superare sia il vincolo della presenza fisica sia quello della tassazione del singolo veicolo societario anziché del gruppo, con la ripartizione del profitto basata su tre parametri.

Modello in crisi

Si sta giocando, sulla web tax, una partita di grande rilievo: quella di una nuova modalità di tassazione delle attività transnazionali. I modelli di tassazione di tali attività rispondono, oggi, a due criteri guida. Il primo è quello della presenza fisica: il ricavato delle attività di un’impresa estera è tassabile nello stato del mercato pagatore solo se le attività sono ivi esercitate attraverso un’entità materiale (“stabile organizzazione”) presente sul territorio di quel mercato. Il secondo è quello della tassazione di singoli soggetti passivi d’imposta e non del soggetto apicale cui sono riconducibili. Contribuenti sono le singole società che compongono un gruppo di imprese e non il gruppo in sé.

La crisi di questo modello non l’ha prodotta certo la web economy, ma non c’è dubbio che essa ne abbia sottolineato oltremodo i limiti. Infatti, ha reso evidente che si può prelevare ricchezza dal mercato “X” (cioè ricevere pagamenti da soggetti che si trovano lì) e pagare le imposte solo nel mercato “Y” (cioè nel luogo dove si è deciso – anche per ragioni solo fiscali – di porre la propria testa). Ha reso evidente, altresì, che si possono – anche per ragioni di mera facciata – costituire società controllate nel mercato “X” cui imputare modeste quote di profitto e concentrare la parte più profittevole su strumenti e attività riconducibili al mercato “Y”.

Sennonché questa ricostruzione mostra una così sfacciata violenza a un’equa ripartizione del diritto a tassare la ricchezza prodotta e scambiata che era impossibile non provocasse una reazione da parte dei vari stati “X”. E infatti Francia e Italia hanno già reagito creando la loro web tax; altrettanto stanno facendo Gran Bretagna e Spagna. Questi paesi si sono mossi sull’onda di una proposta di direttiva Ue del marzo 2018 che non ha trovato l’unanimità di consensi necessaria per la sua adozione formale e che ha incontrato, per converso, l’opposizione degli stati “Y” presenti anche nella Ue (primo fra tutti, ovviamente, l’Irlanda). Donald Trump, col suo stile un po’ arrembante, ha cercato di arginare la reazione degli stati europei minacciando misure doganali “compensative” a carico di Francia e Italia qualora non ritrattino. E i due paesi, con atto di buona volontà, hanno garantito che lo faranno se verrà adottata una più equa normazione in ambito internazionale, cioè in sede Ocse.

La proposta Ocse

L’Ocse, che pure – sotto evidente influenza americana – non ha brillato in questa vicenda, pare finalmente avviata sulla strada giusta. È in discussione in questi giorni il varo del cosiddetto “Unified Approach”, una filosofia sulla base della quale verrebbero superati d’un colpo sia il vincolo della presenza fisica che quello della tassazione del singolo veicolo societario anziché del gruppo.

Lo Unified Approach consisterebbe innanzitutto nella individuazione del soggetto operante a livello multinazionale nel “gruppo” e nella individuazione del bilancio consolidato quale documento di partenza per la determinazione dei valori da tassare e su cui basare la ripartizione del prelievo fra gli stati in cui le attività economiche vengono in fatto esercitate. Fatto pari a 100 il profitto di gruppo, la ripartizione terrebbe conto di tre diversi parametri.

Il primo (il principale, “Amount A”) attribuirebbe allo stato di residenza una quota pari al profitto ordinario (“routine profit”), tale essendo quello che deriva dall’impiego di un certo capitale e l’assunzione di certi rischi. La parte che eccede detto profitto (“residual profit”) verrebbe assegnata ai mercati (agli stati) in cui si opera sulla base di certi parametri (i ricavi) che prescindono dal profitto teorico ivi realizzato. Considerando questa ripartizione ricca di potenziali conflitti fra stati, il segretariato Ocse propone di determinarne la misura attraverso percentuali fisse e negoziate. Prevede, altresì, la possibilità di ripartire il profitto non già partendo dall’importo consolidato di gruppo, ma separandolo sulla base delle diverse “business lines”, ovvero su base regionale.

Si tratta, chiaramente, di un approccio assai realistico che tende a evitare sgradevoli effetti compensativi fra segmenti di attività che possono essere elevatamente profittevoli ma anche portatori di perdite e nell’intesa che a queste ultime va applicato lo stesso meccanismo applicabile ai profitti.

Il secondo (“Amount B”) e il terzo (“Amount C”) parametro girano intorno alle attività di marketing e distribuzione riconoscendo loro una quota adeguata di partecipazione al profitto di gruppo e distinguendo solo l’ipotesi che risultino “ordinarie” (Amount B) da quella che abbiano funzioni “straordinarie” (Amount C). E misurando le stesse con parametri sostanzialmente riconducibili ai concetti di transfer pricing se non si opta (possibilità prevista) per l’adozione, anche in questo caso, di percentuali fisse.

L’Ocse mostra, infine, chiara consapevolezza del rilievo politico della proposta in discussione e del fatto che, portando modifiche di sostanza all’attuale distribuzione dei diritti di tassazione, richiede la contestualità dell’entrata in vigore di tutte. In bocca al lupo!