Spunti per il filone "interoperabilità e informazione"

Ciao a tutti,

chiedo scusa se c'è una pagina con un'enorme mind map che mi sto perdendo... faccio un intervento sul filone dell'informazione legata al discorso dell'interoperabilità.

Vorrei segnalare un articolo un po' datato (2016) che evidenzia il ruolo maggiore dovuto ai contenuti segnalati dagli "amici virtuali" nella crezione delle "echo chambers", rispetto a quello legato ai link che vengono suggeriti dagli algoritmi dei social media sulla base dei nostri dati (https://www.wired.com/2016/11/facebook-echo-chamber/). Certo, gli algoritmi decidono qual è la priorità nella nostra "bacheca" dei link che ci vengon mostrati dai nostri amici, ma ci si può aspettare che l'effetto sia molto meno importante. Ci troviamo quindi in una situazione in cui le nostre abitudini sociali e psicologiche sono le prime responsabili delle echo chambers, anche se chiaramente i motori di targetizzazione aiutano. Riflessione (aggiunta successivamente): forse questo studio trascura il fatto che, per quanto la nostra rete social possa essere relativamente dominante nella creazione di camere d'eco, eventuali fake news devono pur partire da qualche parte, e il targeted political advertising può essere l'origine di una catena.

Provo ora a riassumere le ultime letture che ho fatto sull'argomento "informazione" e i pensieri che mi son venuti dopo le discussioni con voi, immaginando che possano finire in un position paper.

1) I social ed i motori di ricerca utilizzano i nostri dati per suggerirci contenuti online che possono orientare le nostre opinioni. Nella migliore delle ipotesi, questo è fatto da algoritmi non supervisionati, nella peggiore gli annunci sono il frutto di campagne politiche operate da attori interessati, quando legittimi (per quanto la regolamentazione sia dibattuta) e quando illegittimi (senza il monopolio di una singola piattaforma, lo scandalo Cambridge Analytica sarebbe stato evitato?).


2) Dal punto di vista del mercato dell'informazione, la transizione al digitale è costata un sacco di soldi a gran parte delle testate (https://www.occstrategy.com/media/1378/is-content-king-after-all.pdf). Questo ha senza dubbio degli effetti sulla qualità dell'informazione, specialmente quella non a pagamento - e non è detto che, anche se consapevole, una fetta importante dell'utenza sia disposta a pagare per un servizio migliore. Riflessione successiva: sembra però anche vero che i news aggregators delle grandi piattaforme abbiano aumentato il traffico verso i siti delle testate (https://blog.marketresearch.com/is-social-media-a-friend-or-frenemy-to-newspaper-publishers). Nello UK, alcune testate si sono invece unite per aumentare i profitti pubblicitari (https://www.theguardian.com/media/2015/mar/18/guardian-ft-cnn-reuters-ad-deal-facebook-google-pangaea-alliance). Alcune testate, al contrario, stringono veri e propri accordi con le grandi piattaforme e quindi, immagino, ne traggono un qualche ritorno economico (https://www.theverge.com/2020/3/12/21176511/google-lens-interactive-new-york-times-magazine) - anche se uno può rispondere che bisogna fare di necessità virtù.

3) La diminuzione delle rendite dei giornali potrebbe avere anche un effetto sulla qualità delle notizie su carta. Il problema diventa interessante anche perché diverse fasce d'età si informano in modo diverso: prevalentemente online i più giovani, prevalentemente per via cartacea i più anziani (https://www.journalism.org/2016/07/07/the-modern-news-consumer/pj_2016-07-07_modern-news-consumer_6-01/). Se questo è vero, l'informazione peggiora proprio per tutti (sicuramente peggiora anche perché, per via di questo meccanismo, si va alla ricerca di contenuti spettacolaristici, che favoriscono la polarizzazione, al di là delle fake news).
3b) Le camere d'eco sono molto legate alla privacy sui dati, che la GDPR garantisce solo a parole: non è realistico aspettarsi che tutti gli utenti siano consapevoli, o anche solo sensibili, al problema della privacy dei dati, e che si esprimano per ogni sito sulla concessione dei propri dati. E' realistico chiedere un'inversione del processo? Cosa cambierebbe se i siti potessero solo profilarti il minimo possibile, senza il tuo consenso esplicito? Riflessione successiva: credo questo discorso finisca in quello della necessità di vigilanza per l'enforcement di contenuti fondamentalmente legali (report come quello della Mozilla Fondation, https://internethealthreport.org/2019/understand-the-issue-privacy-and-security/, plaudono all'approvazione della GDPR, che ha portato a migliaia di mozioni legali contro i giganti del digitale. Le norme digitali sono tanto efficaci, si dice, quanto esistono degli operatori che si dedicano al controllo del loro rispetto. Ma questo è un altro filone del discorso.)
3c) L'interoperabilità potrebbe essere utile per favorire l'emergere di piattaforme che utilizzano algoritmi diversi per suggerire contenuti. Per esempio, per contrastare automaticamente le echo chambers causate dal proprio giro di contatti sui social... ma è verosimile, una cosa del genere? Dovremmo sia avere degli algoritmi che valutano l'orientamento di un contenuto, sia delle piattaforme che non puntano alle visualizzazioni come modello di profitto, sia degli utenti che abbiano voglia di impegnarsi su contenuti che non incontrano le loro opinioni. Non si rischia solo di riprodurre il problema? Pensiero successivo: esistono diverse piattaforme digitali no-profit.


4) Interessante però che sia difficile individuare una correlazione tra tutto questo e la diffusione dei populismi (https://eu.usatoday.com/story/college/2016/11/09/how-we-voted-by-age-education-race-and-sexual-orientation/37424551/, e negli USA i temi di cui parliamo sono ancora meno curati che da noi). Addirittura, Facebook è stata accusata di filtrare notizie di orientamento conservatore (https://blog.marketresearch.com/is-social-media-a-friend-or-frenemy-to-newspaper-publishers)... Il che ci fa tornare al punto 1: ma queste spese su cose come la Bestia di Salvini, che effetto hanno realmente? Molto può essere dovuto a studi psicologici estremamente approfonditi (https://www.agi.it/politica/la_bestia_social_salvini_morisi-4373864/news/2018-09-14/), e comunque la gente Salvini (per dirne uno) LO SEGUE. E una volta che segui un personaggio, non c'è motore che tenga: devi essere in grado di giudicare da solo i contenuti che ti vengono propinati. Anche se si arriverà ad avere degli algoritmi che parlano al posto dei politici (https://www.internazionale.it/notizie/bruce-schneier/2020/01/17/futuro-politica-intelligenza-artificiale).


5) Il che ci porta al punto "educazione". L'educazione al pensiero critico (https://www.theguardian.com/world/2020/jan/28/fact-from-fiction-finlands-new-lessons-in-combating-fake-news?utm_term=RWRpdG9yaWFsX1RoaXNJc0V1cm9wZS0yMDAyMDU%3D&utm_source=esp&utm_medium=Email&CMP=thisiseurope_email&utm_campaign=ThisIsEurope) si dimostra fondamentale, e forse anche l'unico vero antidoto? Ma così ci allontaniamo dal discorso interoperabilità (sarebbe però interessante confrontarsi con il gruppo sul pensiero critico).


6) O forse... l'interoperabilità potrebbe portare ad una maggiore selettività verso le piattaforme che si macchiano di censura verso alcuni contenuti (https://onlinecensorship.org/). Questo è un discorso che potrebbe diventare importante per la difesa dei diritti delle minoranze o per interi Paesi (https://www.aljazeera.com/news/2018/01/palestinians-fight-facebook-youtube-censorship-180119095053943.html, https://foreignpolicy.com/2019/06/21/facebook-keeps-failing-in-myanmar-zuckerberg-arakan-army-rakhine/, https://www.lawfareblog.com/facebooks-role-genocide-myanmar-new-reporting-complicates-narrative), dove le piattaforme sono molto meno controllate che in Europa. Forse, quello che succede a un colosso come Facebook in Europa può esser determinante dal punto di vista mondiale. Questo si ricollega alle responsabilità sociali delle grandi piattaforme nei Paesi in cui sono davvero il mezzo principale di informazione.

Ritornando al punto di partenza (ops, sono andato un po' fuori tema), trovo forse due punti che potrebbero legare l'interoperabilità alla qualità dell'informazione:
a) E' possibile che l'interoperabilità alteri abbastanza il modo in cui viene fruita l'informazione, di modo da ridare ossigeno alle testate giornalistiche? Aggiunta: Si potrebbe pensare a delle API che, da parte dei giornali, interagiscono con i social media per fornire contenuti informativi in formato diverso dai news aggregators automatici, piuttosto che tramite le loro pagine strutturate come la piattaforma stessa vuole? (Mi riferisco a, per esempio, le pagine Fb delle testate.) Potrebbe essere questo un modo per aumentare le loro entrate tramite le entrate pubblicitarie? Per questo, credo avremmo bisogno di consigli da esperti. Ho timore che questa sia una posizione ingenua.
b) E' possibile che l'interoperabilità porti ad emergere piattaforme che competono (è sempre tutta reputazione...) per la veridicità e la completezza delle notizie che vengono suggerite, o per la rapidità con cui le fake news vengono smascherate? Questo potrebbe essere l'elemento più semplice da legare al discorso, che rimarrebbe così - in una maniera credo generalmente condivisa da varie associazioni - anche vicino alla problematica "privacy e qualità della democrazia".

 

Che ne pensate?

Giovanni